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Dopo i primi momenti di spavento, passarono alcuni giorni di tranquillità al collegio delle suore Canossiane, a Venezia. Martina, Alessia e Ylenia non avevano più avuto motivo di temere per la loro incolumità o per quella delle loro amiche…tutto pareva essersi sistemato senza un vero motivo.
Tuttavia, nessuna di loro si sentiva serena: erano sempre attente ad ogni minimo particolare che le circondava, non tralasciavano mai un suono, una parola, un colore che potesse essere diverso dal solito. Eppure…per il momento non avevano scoperto nulla.
Qualche volta, ad Alessia capitava ancora di sognare il kanji di shinu e, quando accadeva, non riusciva a vedere altro per l’intera nottata. Ylenia, di tanto in tanto, pareva sentire quel canto mentre scorreva l’acqua nelle tubature, tra le gocce di pioggia, nelle onde del canale…
Martina, invece, sembrava l’unica a non avere più segni di ciò che le era capitato. Niente visioni o voci strane…però, qualcosa da quel giorno la tormentava: era come un carico nel cuore, come se l’organo stesso ogni tanto soffocasse…come se venisse avvolto a poco a poco da una pesante coperta scura.
Una sera, poco dopo l’orario di cena, Martina si trovava da sola in camera per prendere i libri e andare a studiare assieme alle sue amiche più tardi. Tuttavia, uno strano rumore attirò la sua attenzione: qualcuno batteva alla finestra della sua camera. Spostò la tenda in un gesto istintivo, ma non vide nessuno…quindi, desistette. Fece per raggiungere la porta quando nuovamente avvertì un battito sul vetro: questa volta decise di aprire la finestra per controllare con più cura. Niente. Sapendo di non essersi immaginata nulla, la ragazza decise di sporgersi leggermente dal piccolo balcone, guardando il cortile alla ricerca di ciò che avrebbe potuto provocare quel suono sinistro.
Improvvisamente, sentì una mano afferrarle il collo della maglietta e issarla sul tetto del collegio: Martina non ebbe nemmeno il tempo di urlare che la stessa mano le schiacciò le labbra con forza per impedirle di emettere fiato.
Dato che Norma era uscita per un appuntamento, Alessia ne aveva approfittato per dare una pulita alla camera prima di incontrare Ylenia e Martina. Pantaloni da casa tirati su fino alle cosce, capelli raccolti e scopettone alla mano, la ragazza si stava dando da fare per tirare a lucido il pavimento del bagno. Appena uscita dal piccolo stanzino, Alessia vide un’ombra appostata alla porta finestra: strinse forte il manico dello scopettone e si avvicinò con cautela. Si appostò quatta ai lati della finestra e aggrappò le dita ad un lembo della tenda semitrasparente: cominciò a fare un conto alla rovescia tra sé e sé. Era molto agitata, ma non voleva lasciarsi sopraffare da chicche fosse! Prese un bel respiro…e aprì la tenda con uno scatto, avventandosi sul povero malcapitato. Ne seguì una zuffa dalle proporzioni clamorose che si sentì fino al cortile.
Proprio in quel momento, Norma aprì la porta della camera: aveva gentilmente dato buca a chi l’aveva invitata fuori dopo che si era resa conto della noia mortale che quell’appuntamento le stava comportando. “Ale che succede??” gridò la ragazza preoccupata vedendo la sua amica con lo scopettone in mano aizzato come se fosse un’arma. “C’è un uomo nella nostra stanza!!” le rispose Alessia con i nervi e i muscoli completamente tesi. A quelle parole, Norma si armò del secchio e si avvicinò all’amica: vedendo l’uomo rannicchiato e nascosto da un mantello a dir poco sgualcito, la ragazza fece un segno di assenso e, insieme alla sua compagna di camera, si avventò sulla loro vittima. “Yaaaaa!”
Ci sono pochi, ma fondamentali momenti in cui non bisogna disturbare Ylenia: mentre si dà lo smalto, è uno di questi. La ragazza stava chiacchierando tranquilla con Veronica del più e del meno, quando, all’improvviso, sentì una cosa pelosa toccarle la schiena: non si rese immediatamente conto di cosa stava accadendo, piegò il braccio e afferrò un piccolo animaletto dall’aspetto curioso. Dopo averlo osservato stranita per qualche istante, lo lanciò di scatto contro la finestra e il povero animale sbatté sul vetro. Scivolato in terra, cominciò a lamentarsi. “Ahi ahi ahi…perché lo hai fatto?” Veronica fece un piccolo sobbalzo, poi lo raggiunse e vi si accucciò accanto, squadrandolo con attenzione. “Ma ha parlato? Che cos’è?” disse la ragazza; Ylenia aveva i brividi per la sensazione provata “Non lo so, ma buttalo fuori!” la intimò. Veronica aprì con cautela la finestra, ma l’animaletto peloso fece un balzo e saltò sul davanzale, mettendosi in una posizione di difesa: era uno strano gattino nero, con qualche macchia bianca, vestito di mantello e coroncina, stava in equilibrio su due zampe. “Ferma! Non voglio fare niente di male! Vi devo solo parlare!” dal cortile provenivano degli strani rumori, come urla di combattimento. Incuriosita, Ylenia si alzò e si sporse dalla finestra, scostando con un manrovescio il povero malcapitato “Spostati micio!” Il gatto rotolò poco più in là, rischiando di cadere di sotto e aggrappandosi per un pelo al balconcino.
La ragazza vide dalla finestra di Alessia che stava accadendo qualcosa di strano e si allarmò. Appena il gatto fu nuovamente risalito, sospirò e disse “Dovete aiutare la vostra amica, è in pericolo!” udite queste parole, Ylenia scattò e disse a Veronica di seguirla fino alla stanza di Alessia: dovevano assolutamente aiutarla! “Aspettate! Non è---” Ma il povero gattino non fece in tempo a concludere la frase, che la ragazza chiuse la finestra lasciandolo fuori.
La porta della camera era aperta: nel momento in cui furono di fronte ad essa, Ylenia e Veronica capirono subito che avrebbero dovuto intervenire: Alessia e Norma stavano cercando di immobilizzare qualcuno e potevano trovarsi nei guai. Entrarono, ma, appena varcata la soglia, la situazione si ribaltò precipitosamente: l’uomo riuscì a liberarsi con grande facilità, afferrò il bastone di legno dello scopettone, afferrò il braccio di Alessia e glielo ritorse dietro la schiena cercando di non farle del male. Le ragazze smisero per qualche istante di respirare e attesero per interminabili secondi: l’uomo era alto, aveva la pelle molto chiara e i capelli neri come la pece, i suoi occhi erano rossi come il mantello che indossava. Quando parlò, tutte sussultarono: il suo tono caldo e profondo le riportò alla realtà: “Calmatevi. Non sono qui per farvi del male. Sedetevi e chiudete la porta, vi devo parlare.” Detto questo, lasciò andare Alessia e indietreggiò di qualche passo. La ragazza, dal canto suo, era imbarazzatissima: quello era Vincent! Vincent Valentine!!! Come poteva essere davvero lui? Un personaggio di fantasia…dei videogiochi che tanto amava…e lei lo aveva preso a botte con uno scopettone? Sì, un ottimo inizio…non c’è dubbio…
All’improvviso, si udì un tonfo provenire dal balcone: Vincent scostò la tenda e lasciò che Caith Sith entrasse nella stanza “Non era compito tuo sorvegliarle?” chiese l’uomo al piccolo gattino “Ci ho provato! Ma loro sono state scortesi! Mi hanno chiuso fuori!” ignorandolo, Vincent si avvicinò alle ragazze e chiese informazioni riguardo Martina. In quel momento, Ylenia si rese conto che l’appuntamento era saltato e, probabilmente, la ragazza le stava cercando in camera. “Vai a cercarla” disse Vincent, ma Caith Sith protestò animatamente “Perché devo sempre fare io il lavoro pesante? Perché non ci puoi andare tu?” gli occhi rossi dell’uomo rotearono verso il soffitto, dapprima con aria di sopportazione, poi con crescente sospetto. “Non posso girare per i corridoi, non passerei di certo inosservato.” A quel punto intervenne Alessia, cercando di rimediare alla figura appena fatta “Verrà lei da noi, dovevamo incontrarci, arriverà tra poco.” Vincent la fissò per un istante, come se quella notizia lo sorprendesse “Vuoi dire che era sola?” la ragazza si intimidì un po’, poi rispose “Beh…sì…” l’uomo scostò di scatto il mantello e ne estrasse un piccolo cellulare nero: compose un numero e lo portò all’orecchio. Non si sentiva chi stesse rispondendo dall’altro lato, ma Vincent pronunciò solo poche parole: “L’abbiamo persa.”
“Che sta succedendo?” Martina era infreddolita: si trovava sul tetto del collegio e una leggera pioggerellina stava cominciando a cadere in quella notte invernale. Chiunque l’avesse portata lassù era completamente nascosto dall’oscurità: “Tu sai chi sono io..?” la voce era distorta, gutturale e il suo possessore pronunciava le parole con grande lentezza, quasi faticasse a farle uscire dalla gola.
“No…qual è il tuo nome?” la ragazza si stringeva con le braccia intorno al petto, cercando invano di scaldarsi un po’. “Io sono la Morte.” Martina sussultò e sbarrò gli occhi: o quello che aveva davanti era un tizio con problemi di identità, oppure lei si trovava in un mare di guai. “Come scusa?” chiese, fingendo di non aver capito. “Questo mondo sta morendo. E’ troppo tardi per invertire il processo. Succederà tra poco…dovrò portare via la vita alla Terra.” La ragazza indietreggiò di qualche passo…sapeva cosa significavano quelle parole: quando un mondo muore, la vita scivola via dal suo interno…tutto diventa freddo…ogni creatura muore con esso…ne rimane solo un deserto. Non poteva essere…non ce n’era motivo! “Questo mondo ha ancora tanto da dare! Come puoi dire che morirà?” urlò Martina disperata. La Morte, però, svanì nel nulla, lasciando dietro di sé una frase che la ragazza conosceva molto bene: “Devi trovare la strada che porta lontano. Un occhio nel buio…lo raggiungono scale di sangue.” E nella sua mente, qualcos’altro si formò…un pensiero…un’idea…ch’ella espresse ad alta voce “Poiché la morte di questo mondo non è la fine corretta.”
Un brivido gelato le attraversò il corpo e Martina si volse verso il cortile interno del collegio. “Bene…e adesso come scendo?” una voce poco amichevole, ma molto giovane rispose a quella sua domanda “Ti aiuto io naturalmente!” La ragazza si voltò di scatto e vide davanti a sé numerosi ragazzi vestiti di nero, bendati con delle fasce sugli occhi, che stavano accovacciati tutt’intorno a lei. Quello che aveva parlato stava in piedi e sorrideva: si osservarono entrambi per qualche istante…poi tutto si mosse all’improvviso. Martina cercò di fuggire, mentre quelle strane presenze le si avventarono contro cercando di afferrarla…anche la pioggia cominciò a scendere con più forza.
La ragazza scivolò e uno dei ragazzi in nero riuscì a prenderla, calandosi poi nel cortile sottostante. Martina si dimenava con forza, fino a quando riuscì a divincolarsi…ma altri la raggiunsero e la circondarono: senza preavviso, un boato susseguì uno sparo che andò ad infrangersi contro il corpo di una delle presenze, che si tramutò in polvere. Vincent e le ragazze erano finalmente arrivati: l’uomo puntava il suo fucile contro quello che pareva essere il capo delle “ombre” lì presenti.
La tensione si fece più forte, tutto pareva vorticare in un gioco di suoni e colori scuri, l’inquietudine prese il sopravvento nel cuore di Martina e la ragazza cominciò a sentire un dolore acuto al petto. Si portò le mani dal lato del cuore e strinse con forza le unghie sulla sua pelle, fino a farla sanguinare.
Ogni cosa intorno a lei divenne nera: niente aveva più profondità…c’era solo la pioggia, le persone scomparvero…e un immenso dolore la pervase. Urlò con tutta la forza che aveva e gettò l’aria dai polmoni fino al cielo, facendo sanguinare anch’esso. Confusa, piena di dolore, paura e angoscia, Martina si mise a correre: nei corridoi, fuori dal collegio, verso l’acqua furiosa delle Zattere.
La ragazza muoveva le gambe velocemente, urlando e tenendosi il petto, fino a che si arrestò di scatto di fronte al canale più grande. Una luna luminosa contrastava col cielo nero: era piena e pareva un occhio spalancato nel buio. Martina ansimava e cercò un po’ di lucidità: lasciò la presa dal suo corpo e si guardò le dita completamente insanguinate. Rimase sconvolta e si guardò attorno, alla ricerca di qualcuno o qualcosa che potessero aiutarla…ma niente…solo un rumore proveniva da lontano: grida, ruggiti…parevano anime in pena…scrutò con attenzione le case e l’orizzonte intorno a sé…
Poco a poco, si accorse che delle strane creature stavano emergendo dalle calli, dalle finestre, dalle porte, dalle barche…da ogni luogo dilagavano come una macchia di distruzione e cancellavano ogni cosa che incontrassero sul loro cammino. Erano oscure e minacciose e si dirigevano verso di lei. Non sapendo che fare, Martina portò le braccia lungo i fianchi e si guardò intorno nervosamente: istintivamente, si guardò anche i piedi e vide che il suo sangue era diventato un lago rosso e continuava a sgorgare dalle sue dita. La ragazza fece un passo in avanti ed esso si mosse, disegnando lentamente uno scalino e una ringhiera su ogni lato di esso.
Confusa e messa alle strette dalla situazione, Martina afferrò quella ringhiera e il suo sangue vi si arrampicò velocemente disegnando una lunga scala verso il cielo.
La ragazza guardò attonita quella scena tanto raccapricciante quanto ipnotica…solo un forte boato la risvegliò dal torpore di chi è immerso in un caos troppo grande per essere compreso. Improvvisamente, le acque del canale si infuriarono in una tempesta gigantesca, come scosse da una nave invisibile. Dopo qualche istante, però, da quelle stesse acque emerse una creatura enorme, con occhi gialli e ali d’insetto…nera come la pece, veniva cavalcata da una ragazza bendata. Per interminabili istanti entrambe guardarono Martina, come se sapessero…come se potessero vedere nel suo cuore e nei suoi pensieri…ognuna di quelle parole non dette…ognuno di quei sogni lontani che aveva perduto per sempre… “Perché…” sussurrò la ragazza, mentre i suoi occhi fissi e dilatati rimanevano incollati al contrasto del sangue rosso sul nero eterno che stava consumando il suo mondo.
Il cuore cominciò a batterle più velocemente…piano piano, cominciò a sembrare che volesse uscirle dal petto. Martina strinse forte le dita attorno alla ringhiera…accigliò lo sguardo verso la ragazza bendata esattamente come coloro che l’avevano spinta ad allontanarsi dal collegio…e decise.
Si mise a correre su quella scala, gradino per gradino si avvicinò a tutta velocità verso luce lunare.
Solo una volta si girò indietro…vedendo che il suo mondo non c’era più…diventato un immenso deserto nella vastità dell’universo…e quell’occhio bianco spalancato la inghiottì in un fascio di luce.
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