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Quando Alessandro aprì gli occhi si ritrovò in un grande viale alberato. In piedi al centro di esso, ovunque volgesse lo sguardo non riusciva a vedere altro che un arido deserto di pietra. Le piante si ergevano contorte e imponenti lungo la strada asfaltata: erano completamente spoglie e le loro foglie giacevano inanimate come tanti cadaveri rinsecchiti. Per quanto potesse apparire una visione macabra, rimanevano comunque una pennellata di colori autunnali che parevano ricordare un ciclo di morte e rinascita senza fine. Il cielo era terso e il giorno volgeva al tramonto, mentre l’aria calma sbuffava impaziente tra i gruppi di foglie morte.
Mentre scrutava quell’inconsueto paesaggio, Alessandro notò un piccolo punto nero nel cielo. All’inizio non era altro che una curiosa nota stonata nella melodia, ma piano piano prese ad ingrandirsi, divenendo un uccello nero dal battito d’ali frenetico. La gazza ladra fece un rapido giro sopra la sua testa e poi si posò sul ramo nodoso di uno degli alberi spogli.
Alessandro le si avvicinò incuriosito. “Perfino io so che non andava toccato. Era molto luccicante e bello, ma non andava preso.”, esordì l’uccello con voce gracchiante. Il ragazzo rimase sorpreso. “Di che stai parlando..?”. La gazza ladra lo fisso per qualche istante, scrollando una volta le ali. “Il Final Fantasy era un gran bel diamante luccicante, ma nessuno può rubarne i frammenti. E io lo so bene! Sono la Gazza Ladra, io!”. Alessandro non sapeva come interpretare le parole dell’animale e si sentiva confuso. Si avvicinò di qualche altro passo, fino a trovarsi completamente sotto l’albero. “Il Final Fantasy..? Un diamante luccicante..?”, mormorò tra se. Poi ricordò all’improvviso il suo primo sogno. “Io l’ho visto!”, esclamò rivolto alla gazza. “Ma non era in pezzi…”, rifletté. La Gazza Ladra si spostò su di un ramo più in alto e rivolse lo sguardo verso il cielo fiammeggiante. “Una volta ce ne erano molti, oh sì! Venti diamanti luccicanti! Li custodivano venti streghe bianche e purissime. Ognuna di loro si prendeva cura di uno dei pianeti magici che si vedevano nel cielo in una giornata come questa. Peccato che si siano ribellati, oh sì peccato!”. L’animale gracchiò di dolore. “A cosa si sono ribellati?”, chiese Alessandro incuriosito da quello strano racconto. Tuttavia, l’uccello pareva non rendersi veramente conto della presenza del ragazzo e proseguì nel suo tormentato soliloquio. “Le streghe morirono ad una ad una e rimase solo la nostra. Quel meraviglioso luccichio! Che spreco…”. L’animale gracchiò nuovamente e frullo debolmente le ali. “Quando le streghe morirono, morì anche il luccichio di ognuno di quei diamanti. Oh sì, che spreco! Perfino io che volo in alto non vedo più quei bei pianeti, oh no… Non più…”. La Gazza Ladra saltellò da un ramo all’altro, raggiungendo la cima dell’albero. Alessandro fu costretto ad indietreggiare nuovamente per riuscire a vederla. Agitò un braccio per cercare di attirare l’attenzione dell’animale. “Mi spieghi di che cosa stai parlando? Chi erano le streghe?”. Ancora una volta le sue parole caddero nel vuoto. “ Noi siamo gli ultimi. È la prima volta che viene ucciso il diamante e non la strega. È la prima volta che si cerca di avere più magia invece di farla sparire dalla faccia del pianeta! Oh sì, gran brutto affare! E’ per questo che la strega spezzò il diamante in dodici frammenti, quante sono le regioni di questo mondo: ognuno di loro avrebbe protetto la propria regione dalle cose più terribili! Era davvero saggia quella strega, oh sì!”. L’animale si mordicchiò un artiglio con fare nervoso. “Accidenti, perché non mi dai retta?”, chiese Alessandro stringendo i denti con rabbia. “Mai nessuno avrebbe potuto distruggere la magia se essa fosse stata custode e custodita. Oh che guaio! Mai avrebbe immaginato che se ne sarebbe voluto abusare in tal modo, oh no! Oh che guaio…”. Il ragazzo non riusciva a capire il ragionamento della gazza: se qualcuno aveva spezzato un diamante in tanti frammenti in modo che fosse al sicuro, cosa poteva metterlo nuovamente in pericolo? Forse una persona dalle intenzioni malvagie avrebbe potuto tentare di recuperare tutte le schegge della gemma… Ma se un solo pezzetto del brillante originale poteva proteggere un’intera regione, quanto poteva essere potente la pietra originale? Il ragazzo rabbrividì ad un tale pensiero. “Oh che guaio! Mancano solo l’ottavo e il settimo frammento! Ognuna di quelle piccole parti racchiude dentro di se il potere di una costellazione. Riuniti tutti in un solo corpo sarà la fine! Oh no, oh no! Solo le antiche streghe hanno la forza di contenere un simile potere, oh sì! Sarà la fine di tutti noi… Di tutte le creature magiche di questo mondo.”. Finalmente la Gazza Ladra abbassò lo sguardo e puntò i suoi occhietti neri verso quelli di Alessandro. “E il nostro destino è affidato a gente del primo mondo, gente che scacciò la magia nel modo più brutale e infame possibile, oh sì! Beffardo il destino! E tu? Che fai? Che vuoi? Vuoi sapere il tuo destino? Oh sì, tutti lo vorremmo sapere! Tranne Lei, Lei preferì il sacrificio. Oh sì, ma ci salvò almeno per un po’. Lei ci salvò. E ora tocca a voi.”. Detto questo, l’uccello spiccò il volo e si portò sopra il ragazzo. “Noi? Lei chi? Di chi stai parlando? La strega?”, provò ad urlare Alessandro. “Troppe domande, poche risposte. Oh sì!”, rispose la gazza e riprese il suo volo verso il cielo. Il ragazzo la seguì con gli occhi: all’improvviso era scesa la notte. Non si poteva scorgere neanche una stella nel buio, ma in mezzo all’oscurità si stagliò minacciosa una luna bianca, ferita e pulsante, dolorosa e grondante di sangue. Nelle vene del ragazzo prese a scorrere il terrore: girò lo sguardo verso la strada e vide una ragazza distesa a terra. Si mise a correre per raggiungerla, ma i suoi piedi si erano fatti pesanti e goffi, facendo apparire l’obiettivo sempre più distante e irraggiungibile. Le lacrime gli stavano già rigando le guance quando riuscì ad arrivare accanto al corpo disteso: lo spettacolo fu raccapricciante. I lunghissimi capelli bruni le coprivano il volto, ma ogni cosa di lei era coperta di sangue. Alessandro urlò di terrore.
Il ragazzo si risvegliò bagnato di sudore in un letto che non riconobbe subito. Si portò le mani al viso e si strofinò con vigore, quasi a voler cancellare dalla sua mente le immagini che gli erano apparse in sogno. Quando alzò nuovamente lo sguardo, Alessandro distinse qualcosa di familiare nell’ambiente che lo circondava: sembrava una casa che aveva visto molto tempo fa, dietro i colori di un monitor. Nel momento in cui il suoi occhi giunsero fino al lato del letto, si accorse che una bambina accanto a lui aveva rovesciato un bicchiere d’acqua a causa dello spavento. “Oh…”, sussurrò il ragazzo. La bambina avvampò in viso e strinse i pugni, prendendo un gran resperio. “CIAO!!!”, esclamò infine, cogliendo alla sprovvista Alessandro. “Io mi chiamo Marlene!”.
Dopo un po’ di incertezza, la bambina fece un gran sorriso e si era apprestò a raccogliere il bicchiere e ad asciugare il pavimento con un fazzoletto di stoffa che estrasse dalla tasca del suo vestitino. Infine si alzò e sorrise ancora. “Vado a prenderti dell’altra acqua.”, disse quasi canticchiando le parole e si avviò oltre la porta della camera. Alessandro la guardò uscire e chiudere la porta. Cercò di ricomporre i suoi ricordi prima di quel momento, ma non ebbe il tempo di farlo: quando girò la testa vide una figura dal mantello nero davanti a sé. Portava una lunga spada e aveva un ghigno dipinto sul volto. Parlò con voce roca e oscura. “I bambini. Sono i primi a cui viene rubata la speranza. La gazza ti ha mostrato la luna insanguinata? Hai paura di ciò che non capisci, ma ne avrai molta di più quando capirai.”. La Figura sorrise vistosamente. “Chi…sei?”, chiese Alessandro, sempre più confuso e leggermente intimorito. “Alessandro, tu lo sai già chi sono io. In fondo al tuo cuore, dove alberga la paura più profonda… Non fare domande di cui conosci la risposta.”. A quelle parole, il timore del ragazzo si fece più intimo. “Come fai a sapere il mio nome?!”, esclamò. Prima che la Figura potesse rispondere, però, Cloud e Marlene entrarono nella stanza attirando per un attimo l’attenzione del ragazzo. Quando voltò nuovamente lo sguardo, la figura si era dileguata. Dalla finestra della stanza proveniva un’innocua, dolce brezza.
“Eccoti l’acqua!”, disse Marlene sorridendo. “Come ti senti?”, gli chiese Cloud con aria preoccupata. Alessandro prese il bicchiere e sorseggiò un po’ d’acqua. Sospirò. Infine rivolse gli occhi verso Cloud, cercando una risposta alla sua domanda. Tuttavia, era tutto talmente assurdo che nemmeno lui sapeva come si sentiva. Confuso, impaurito… Ma allo stesso tempo incuriosito ed elettrizzato. Ora era lui a volere delle risposte. “Bene.”, concluse. “Dove mi trovo?”. Cloud sorrise debolmente. “Benvenuto a villa Cloud. Alessandro, giusto?”. Il ragazzo non si stupì: probabilmente Yuffie doveva avergli detto il suo nome. “…sì.”. Marlene non riuscì proprio a trattenersi. “Che nome buffo! Da quale regione viene?”, gli chiese innocentemente. “Marlene, va’ da Tifa. Ha bisogno del tuo aiuto. Parlerai con lui più tardi.”. Cloud pensò che fosse meglio lasciare la bambina fuori da quella faccenda. La piccola annuì e lasciò la stanza. Il ragazzo si sedette sul letto, accando ad Alessandro e lo scrutò attentamente. Infine, parlò lentamente e con voce calma. “Ti conviene non usare il tuo vero nome qui. Potrebbe non essere sicuro.”. Alessandro alzò un sopracciglio. “Perché?”. “Tu vieni da un posto chiamato…”, Cloud esitò un attimo. “Terra, giusto?”. Ancora una volta, Alessandro rimase sorpreso di quante cose tutti sapessero di lui. Inoltre, lo irritava il fatto che, invece, lui non sapesse proprio nulla degli altri. Era una sensazione veramente frustrante. “Stai tranquillo.”, cercò di rincuorarlo Cloud, ma il ragazzo aggrottò le sopracciglia. “Non fare quella faccia! Conosco il tuo mondo perché me ne hanno parlato molte volte. Ho solo intuito che venissi da lì per via del tuo nome. È un po’ insolito dalle nostre parti… Comunque, la Terra figura anche in alcune delle nostre leggende e pochi, su questo mondo, la vedono di buon occhio. Per la verità… Quasi nessuno.”, convenne infine. “Perciò di conviene usare un altro nome qui. Forse hai un… come si chiamava?”. Cloud esitò nuovamente, mentre cercava di far uscire dalla sua memoria un termine davvero inusuale per lui. “Nick…name?”, tentò. “Sì, si chiamava così… O qualcosa del genere insomma.”. Alessandro soffocò una lieve risata: vedere quel ragazzo dai grandi occhi blu cercare di ricordarsi qualcosa era come osservare un bambino contare sulle dita. Cercò di riscuotersi e di tornare serio. “Caspita, sei proprio informato. Chi ti ha detto queste cose?”. Cloud non rispose, ma divenne scuro in volto e chiuse gli occhi per qualche istante, come se avesse sentito una tremenda fitta di dolore. Infine si alzò e, senza guardare Alessandro, parlò con tono distante. “Pensaci in fretta, dobbiamo partire.”. Prima che il ragazzo potesse chiedere la destinazione, Cloud uscì dalla stanza e lo lasciò nuovamente solo. Che avrebbe dovuto fare adesso? Si sentiva impotente e detestava a morte quella sensazione. Tuttavia, non aveva altra scelta. Strinse i pugni sulla coperta e pensò a tutto quello che si era lasciato alle spalle. O meglio: che qualcuno l’aveva costretto a lasciare per chissà quanto tempo. Amici, famiglia, la sua casa… La rabbia gli montò dentro con forza, perdendosi nel labirinto di tutte le cose che non sapeva e non capiva, senza riuscire a trovare sfogo. “Qualunque cosa ci sarà davanti a me, in quel viale alberato e senza fine. Qualunque cosa mi aspetti, io non mi tirerò indietro. Io, Alexi.”.
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