Claire's Chronicles
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Le Cronache di una Viaggiatrice
Capitolo X: Un Caso Anomalo

Riesco a sentirlo…chiaro, incessante e sempre più lento. Il battito del mio cuore riempie le mie orecchie di un rumore sordo, mentre il dolore che brucia il mio corpo mi annebbia la vista e il resto delle mie percezioni svanisce nel nulla.

“Questa foresta è davvero molto bella!”. La mia voce di bambina suona squillante e divertita. “Dove stiamo andando?” chiedo allo gnomo che passeggia al mio fianco. “Nel mio villaggio…sei qui per aiutarci e noi ci prenderemo cura di te.”. Le sue parole sono sempre così sagge e rassicuranti…come vorrei poter rimanere per sempre in un posto tanto bello… “Lo sai? Ormai penso di aver raggiunto i 5 anni!”, sono certa che questo lo rassicurerà!

“Non puoi restare…è ora per te di lasciare il villaggio!” perché non posso restare con voi..? “Non siete la mia famiglia?”. Un triste silenzio è ormai calato nella foresta…tutto è così immobile…come non dovrebbe essere…sembra quasi che si stia nascondendo dai miei occhi…perché mi odia? “Mi dispiace…ma non è questo il tuo posto…tu ci hai aiutati…ed è per questo che non puoi più restare qui…mi capisci?”… No…non riesco a capire…perché nessuno mi vuole con sé?
“Ricorda…non potrai più tornare nel nostro villaggio…mai più.”. Vorrei piangere, ma sento che è sbagliato…io lo so che non mi è permesso essere triste: è giusto che io sia da sola.

“Dove credi di andare! Fermati!!!” quel mostro sta cercando di sfuggirmi! Non gli permetterò di portare di nuovo il caos su questi monti…ho promesso che avrei aiutato tutte quelle persone! Io lo rimanderò da dove è venuto…è così che va sempre: io arrivo nel luogo in cui c’è bisogno di me, distruggo ciò che affligge le persone che mi chiedono aiuto e poi…
“Ti ringraziamo per averlo sconfitto…ora non tornerà più, non è vero?”. Il re ha ragione, non tornerà…è nel luogo che si merita, ne sono certa! Anche se quel luogo non l’ho ancora mai visto… Deve essere veramente terribile… “Ora è tempo che tu vada.”, sentenzia l’uomo. “Sì, spero di rivedere voi tutti, un giorno!” sarebbe bello poter tornare ed incontrare nuovamente questi guerrieri. Il re abbassa il volto verso i miei nove, piccoli anni “A dire il vero, noi no.”.

“Perché stai piangendo?” che donna gentile… “Sei…solo una…bambina…”. I suoi singhiozzi sono così sinceri… “Hai solo…sette anni…”. Non capisco…questo vorrebbe dire che non posso combattere una guerra?

Il sole cocente…il rumore delle onde del mare…la sabbia fine… Dove sono? Il vento spira leggero…ma ho paura di aprire gli occhi: che cosa accadrà quando potrò vedere dove mi trovo? In fondo, io non lo so mai veramente… Non posso restare ferma in un luogo, almeno per una volta? Vorrei tornare in quel prato verde, dove ho aperto gli occhi per la prima volta: lì si respirava e c’era tanto spazio…forse se tornassi laggiù non mi sentirei più in questo modo, così irrequieta…sarei finalmente in pace.
La voce dei gabbiani mi riscuote leggermente, facendomi aprire gli occhi su di una spiaggia assolata: ci sono moltissime persone attorno a me…prendono il sole, fanno il bagno…sembra si divertano un mondo. Quanti bambini con le loro famiglie…ma la mia? Non so…sento che dovrebbe esserci…ma che sicuramente è falso. Nel tentativo di comprendere questi sentimenti, porto lo sguardo verso l’orizzonte, inseguendo l’oceano infinito. Improvvisamente, nuvole nere cominciano a comparire nel cielo colore cobalto: io lo so cosa sta per succedere…scappate! Scappate tutti!!! Ascoltatemi, dovete scappare!!! Vi ucciderà!!!
Nessuno mi sente…non sono neanche sicura di riuscire a parlare…ma devo fare qualcosa!
Mi dirigo verso le onde e faccio segno ai bagnanti di allontanarsi, ma sembra che non riescano a vedermi. Appena metto piede nel bagnasciuga, l’oceano si ritira, alzandosi in un gigantesco muro d’acqua: adesso cadrà…e ci ucciderà tutti.

AAAAAAAAAAAHHH!!!!

Urlo con quanto fiato ho in corpo e le mie mani artigliano i braccioli della poltrona, provocando dei profondi solchi sulla plastica dura. In preda alle convulsioni causate dal forte dolore, comincio a dimenarmi nel tentativo di liberarmi dalla presa delle cinghie metalliche chiuse attorno a polsi e caviglie. “BRUCIA! BRUCIA!!!”. Sento la mia stessa pelle andare a fuoco e perdo totalmente il controllo delle mie azioni: improvvisamente, serro i pugni e tiro con tutte le mie forze le braccia verso l’alto, spezzando le cinghie. Sento a malapena le grida delle guardie mentre le afferro e le faccio volare dall’altra parte del laboratorio. Tutto ciò che vedo davanti a me è velato da una specie di filtro verde…ma ciò non mi impedisce di accorgermi dello scienziato dal volto pallido e sudato che si avvicina a me con una siringa di sedativo. In pochi secondi, la mia rabbia raggiunge il limite, fomentata dal dolore e dall’enorme potere che sento crescermi dentro. Appiattisco la schiena contro la poltrona e, con un gesto secco, ruoto il busto di lato, facendo leva per liberare la mia gamba destra dalla cinghia e lascio che la forza centrifuga dia energia ad un potente calcio roteato, andando a colpire lo scienziato in pieno viso. Il suono della mascella che si rompe è a dir poco agghiacciante…ma non posso, non riesco a fermarmi… Nell’istante in cui la siringa cade a terra, do un potente strattone con la gamba sinistra, liberandomi completamente. Nel frattempo, alcuni uomini della sicurezza sono stati chiamati per porre fine alla mia “crisi” e cercano di avventarsi su di me, ma io riesco ad essere più veloce: con un colpo di addominali, ruoto all’indietro e appoggio tutto il mio peso sulle braccia, eseguendo una verticale sui braccioli della poltrona ed evitando il loro attacco per un soffio. Le dita delle mie mani tremano e sembrano non volersi staccare dalla plastica, tanto sono contratte dal bruciore che sento. Comincio ad ansimare ed uno strano liquido bianco prende a colarmi dalla bocca. “Stai calma!”, mi urla uno degli scienziati. Calma..? Io dovrei…CHE COSA?! Un altro grido accompagna il mio sforzo di lanciarmi dalla sedia ed atterrargli direttamente davanti. “Forse…sei tu…che dovresti…CALMARTI!” gli intimo, sferrandogli un pugno dritto nello stomaco. In quel momento, gli addetti alla sicurezza mi raggiungono alle spalle, cercando di immobilizzarmi e di prendermi le braccia. Con un veloce movimento del busto schivo entrambi gli attacchi e comincio a sferrare pugni a ripetizione contro ogni persona che mi capita a tiro. Non ce la faccio più…non riesco…più…a sopportarlo…
I soldati evitano i miei colpi alla rinfusa, saltando ed aiutandosi lanciandomi contro pezzi stessi del laboratorio… “PERCHE’ NON COMBATTETE?!”. Combattete con me…fatela finita…finitemi… Schivo un pezzo della poltrona abbassando velocemente la testa e mi dirigo a grandi falcate verso gli uomini…hanno forse…paura di me? Improvvisamente, uno di loro imbraccia il fucile in dotazione e me lo punta contro. “Non sparare!!!” grida uno scienziato alle mie spalle. Lascia che lo faccia… “FALLO!” urlo con rabbia…ma non mi ascolta…nemmeno lui mi sta ascoltando. Alzo il braccio destro per cercare di colpirlo…ma non vado volutamente a segno, mentre quello rotola a terra terrorizzato. Il sangue cola dalla parete d’acciaio come un rivo di montagna…è il mio sangue…è quello che brucia così tanto…che mi fa così male…
Lo contemplo per qualche istante, consapevole che, alle mie spalle, sono arrivati addirittura dei SOLDIER per mettere fine a questa storia…ma quel sangue…io…lo odio.
Brucia…non la smette…non la smette di bruciare… Un altro grido…e le mie mani cominciano ad infliggere ferite alle mie stesse braccia, alla faccia, al collo…scorticandomi con ciò che rimane delle unghie che avevo conficcato nella poltrona del laboratorio… “BASTA! BASTA!!!” voglio toglierlo, voglio togliere il Mako…è nel mio sangue! Lo devo togliere…devo farmi a brandelli o non smetterà…non smetterà…non…
Una leggera puntura dietro la nuca…quasi un pizzicore…e il dolore pian piano svanisce…insieme a tutto il resto intorno a me.

“Signore, i risultati che aveva chiesto.”. Il soldato si ferma a pochi passi dal piccolo scienziato. “Ci sono tutti i dati di oggi?”. La voce dell’uomo in camice bianco è stridula, strascicata e con una punta di malsana e avida curiosità. Il SOLDIER di terza classe si mette sull’attenti e comincia a snocciolare l’elenco dei documenti appena consegnati. “Sì signore. Tutti i cadetti erano già stati schedati preventivamente, come da lei richiesto. Inoltre, ci sono stati consegnati i dati relativi al progetto di potenziamento Mako del Laboratorio 4 effettuato questa settimana sullo squadrone Alfa, Beta e Delta.”. Lo scienziato si porta la mano destra verso il viso, spingendosi gli occhiali rotondi sul naso. Il suo sguardo non sfiora nemmeno l’interlocutore, bensì rimane immerso dallo scintillio delle fiale sulla sua scrivania. Attendendo il permesso di proseguire, il SOLDIER tentenna per qualche istante nella sua posizione: “S-Signore…”. L’uomo si raddrizza appena, facendo un debole gesto con la mano sinistra in segno di assenso. “Ecco…una di queste cartelle riporta i danni causati dall’incidente di oggi e…” “Incidente?”. Lo scienziato si volta verso il soldato e socchiude gli occhi in una gelida fessura penetrante. “Di quale incidente parli?”. Il SOLDIER indietreggia appena, intimorito dalla figura del suo superiore. “Pare che uno dei cadetti abbia reagito in modo inaspettato alla fiala che è stata iniettata…il resto dei dati si trova all’interno della cartella, ma…”. Senza nemmeno starlo a sentire, lo scienziato afferra avidamente i fogli e comincia a leggere il loro contenuto con crescente frenesia. “Ma cosa?” incalza. “Alcuni sono andati persi nello scontro…uno dei computer è stato danneggiato…pare sia…esploso… Gli scienziati dicono che fosse il terminale addetto al monitoraggio delle reazioni chimiche…questo è proprio un caso anomalo…”. A quelle parole l’uomo in camice alza lo sguardo e sfoggia un sorriso maligno e compiaciuto. “Esploso? Ih ih ih…ah ah ah AH AH!”. La sua risata velenosa riecheggia per tutto il laboratorio, mentre si volta nuovamente verso le fiale e gli appunti accatastati sulla sua scrivania. “Forse ho trovato un altro piccolo numero da aggiungere alla mia collezione…”.

La luce del neon intermittente mi penetra le palpebre come una lama tagliente. “Dove…dove mi trovo..?”. Il suono della mia voce risulta così difficile da produrre…non mi ero mai accorta di quanta forza ci volesse per emettere fiato e fargli cambiare tono. Cerco di guardarmi attorno, piegando lievemente la testa di lato: anche questo semplice movimento mi costa non poca fatica… Sono circondata da strette pareti metalliche, un semplice lavandino incrostato e una panca agganciata al muro… “No…non di nuovo…”. Non solo l’arredamento spoglio mi ricorda improvvisamente di essere già stata in quel luogo: anche il gelido pavimento su cui pare io sia stata “gentilmente” coricata conferma i miei timori. “Sono di nuovo in cella…”.

 

 

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